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Protezione civile: in vigore il nuovo codice

Dal 6 febbraio u.s. è in vigore il nuovo codice della Protezione Civile, contenuto nel decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018.
 
Il decreto in questione è frutto dell’attuazione della delega conferita al Governo con la legge n. 30 del 2017, “per il riordino delle disposizioni legislative in materia di sistema nazionale della protezione civile, mediante l’adozione, entro nove mesi, uno o più decreti legislativi di ricognizione, riordino, coordinamento, modifica e integrazione delle disposizioni legislative vigenti che disciplinano il Servizio nazionale della protezione civile e le relative funzioni, in base ai princìpi di leale collaborazione e di sussidiarietà e nel rispetto dei princìpi e delle norme della Costituzione e dell'ordinamento dell'Unione europea”.
 
Le varie parti del codice, composto di 50 articoli complessivi, sono, infatti, dedicate ai vari aspetti in cui il sistema di protezione civile è articolato e dispiega la sua attività. La disciplina è divisa in 7 Capi, ossia:
·                 Capo I (artt. 1-6) - Finalità, attività e composizione del Servizio nazionale della protezione civile;
·                 Capo II (artt. 7-15) - Organizzazione del Servizio nazionale della protezione civile;
·                 Capo III (artt. 16-22) - Attività per la previsione e prevenzione dei rischi;
·                 Capo IV (artt. 23-30) - Gestione delle emergenze di rilievo nazionale;
·                Capo V (artt. 31-43) - Partecipazione dei cittadini e volontariato organizzato di protezione civile;
·              Capo VI (artt. 43-46) - Misure e strumenti organizzativi e finanziari per la realizzazione delle attività di protezione civile;
·                 Capo VII (artt. 47-50) - Norme transitorie, di coordinamento e finali.
 
Obiettivo del codice è, quindi, un complessivo riordino della materia, unitamente alla definizione ed al rafforzamento dell’azione del servizio nazionale di protezione civile, nonché dell’attività di tutti o soggetti coinvolti. A tal fine, vengono introdotte numerose novità rispetto alla legislazione precedente. Di seguito, quelle di maggiore interesse per il settore degli appalti pubblici.
 
- Definizione e finalità del Servizio nazionale della protezione civile – attività di protezione civile (artt. 1 e 2)
 
Il Servizio nazionale della protezione civile viene descritto dall’articolo 1 come sistema di pubblica utilità, che esercita la funzione di protezione civile costituita dall'insieme delle competenze e delle attività volte a tutelare la vita, l'integrità fisica, i beni, gli insediamenti, gli animali e l'ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall'attività dell'uomo.
 
Di rilievo anche la definizione delle attività di protezione civile, che, ai sensi del comma 1 dell’articolo 2, sono quelle volte alla previsione, prevenzione e mitigazione dei rischi, gestione delle emergenze e loro superamento.
 
Tipologia dei rischi di protezione civile (art. 16)
 
La norma in commento prevede che l’azione del Servizio di protezione civile si esplichi in relazione ai rischi sismico, vulcanico, da maremoto, idraulico, idrogeologico, da fenomeni meteorologici avversi, a deficit idrico e da incendi boschivi. Il campo di interventi può arrivare anche a ricomprendere i rischi chimico, nucleare, radiologico, tecnologico, industriale, da trasporti, ambientale, igienico-sanitario e da rientro incontrollato di oggetti e detriti spaziali.
 
La previsione di maggior rilievo è, però, quella in cui viene chiarito che “non rientrano nell'azione di protezione civile gli interventi e le opere per eventi programmati o programmabili in tempo utile che possono determinare criticità organizzative, in occasione dei quali le articolazioni territoriali delle componenti e strutture operative del Servizio nazionale possono assicurare il proprio supporto, limitatamente ad aspetti di natura organizzativa e di assistenza alla popolazione, su richiesta delle autorità di protezione civile competenti, anche ai fini dell'implementazione delle necessarie azioni in termini di tutela dei cittadini”.
 
La previsione in commento è attuativa di quanto previsto all’articolo 1, comma 2, lett. a), della legge di delega, il quale, a sua volta, è frutto dell’accoglimento delle osservazioni formulate da ANCE alle Commissioni Parlamentari in occasione dell’approvazione della suddetta legge.
 
In detta sede, ANCE ha infatti evidenziato il sempre maggiore ricorso a meccanismi derogatori o a commissari straordinari per fa commissari straordinari per far fronte a situazioni divenute “emergenziali” solo “a posteriori”, e cioè principalmente a causa dell’inerzia politico-amministrativa, rispetto ad eventi programmati da tempo.
 
Il principio inserito nel provvedimento, quindi, assume un’importanza determinante, in quanto rappresenta un valido contrasto alla strategia, emersa nell’esperienza passata, volta a ritardare l’affidamento di opere necessarie alla realizzazione di “grandi eventi”, per accedere a procedure straordinarie e derogatorie. 
 
- Sistemi di allertamento (art. 17)
 
Il sistema di allertamento è articolato a livello statale e regionale, ed è costituito dagli strumenti, dai metodi e dalle modalità stabiliti per sviluppare e acquisire la conoscenza, le informazioni e le valutazioni, in tempo reale, relative, ove possibile, "al preannuncio in termini probabilistici, al monitoraggio e alla sorveglianza in tempo reale degli eventi e della conseguente evoluzione degli scenari di rischio" al fine di attivare il servizio ai vari livelli territoriali.
 
- Pianificazione di protezione civile (art. 18)
 
Il testo dell’art. 18 chiarisce che la pianificazione di protezione civile ai diversi livelli consiste nella attività di prevenzione non strutturale, basata sulle attività di previsione e, di identificazione degli scenari di rischio.
 
La novità della previsione consiste nel fatto che si prevede espressamente la partecipazione dei cittadini, singoli o associati, al processo di elaborazione della pianificazione di protezione civile, secondo forme e modalità individuate - con la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri per l’esercizio delle funzioni ed attività di protezione civile­ - che garantiscano la necessaria trasparenza.
 
- Gestione del le emergenze di rilievo nazionale (art. 23 e ss.)
 
Gli articoli dal 23 in poi disciplinano la gestione delle emergenze di livello nazionale, a partire dallo stato di mobilitazione e dalla deliberazione dello stato di emergenza, arrivando poi all’adozione delle ordinanze di protezione civile sia per l’attività emergenziale che per il ripristino della normalità.
 
Lo stato di mobilitazione (art. 23) viene disposto in occasione o in vista di eventi emergenziali (art. 7) che, per l'eccezionalità della situazione, possono manifestarsi con intensità tale da compromettere la vita, l'integrità fisica o beni di primaria importanza; in tal caso, il Presidente del Consiglio dei ministri, con proprio decreto da adottarsi su proposta del Capo del Dipartimento della protezione civile, su richiesta del Presidente della Regione o Provincia autonoma interessata che attesti il pieno dispiegamento delle risorse territoriali disponibili, dispone la mobilitazione straordinaria del Servizio nazionale a supporto dei sistemi regionali interessati. Lo stato di mobilitazione può sfociare nella successiva deliberazione dello stato di emergenza, ai sensi dell’art. 24, ovvero in un decreto di cessazione.
 
Con la deliberazione dello stato di emergenza (art. 24), il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio formulata anche su richiesta del Presidente della Regione o Provincia, o acquisitane l’intesa, delibera lo stato di emergenza fissandone la durata e l’estensione territoriale ed autorizzando l’emanazione delle ordinanze.
 
Tale delibera individua le prime azioni da intraprendere, nelle more della ricognizione dei fabbisogni effettivi.
 
La novità di quest’ultima previsione riguarda l'estensione dei limiti temporali dello stato di emergenza, che in luogo dei 6 mesi più 6, previsti dalla normativa precedente, non dovrà superare i 12 mesi prorogabili per non più di altri 12 mesi.
 
Ordinanze di protezione civile (art. 25)
 
La norma in questione disciplina le ordinanze di protezione civile, emanate per il coordinamento dell’attuazione degli interventi da effettuare durante lo stato di emergenza, acquisita l’intesa delle Regioni e delle Province autonome territorialmente interessate.
 
Tali atti, adottati in deroga ad ogni disposizione vigente, nei limiti e con le modalità indicati nella deliberazione dello stato di emergenza e nel rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico e delle norme dell’Unione europea, devono contenere l’indicazione delle principali norme a cui si intende derogare, nonché essere espressamente motivati.
 
Tale previsione dev’essere letta in combinato con il comma 1, lett. h), della legge delega, che ha disposto l’adozione di “ […] disposizioni che individuino, a regime, anche sulla base di apposite norme speciali, specifiche modalità di intervento del Servizio nazionale della protezione civile per consentire l'effettività delle relative misure e stabilirne l'efficacia limitata alla durata della situazione di emergenza, in ragione della gravità dell'evento calamitoso, prevedendo trasparenti procedure di verifica successiva in relazione:
1) alle procedure di acquisizione di servizi, forniture e lavori, anche mediante strumenti di acquisto aperti ai quali possano accedere, in via preventiva, tutte le componenti e le strutture operative del Servizio nazionale della protezione civile. […]”.
 
La previsione, sebbene apprezzabile nei contenuti, non prevede, tuttavia, un espresso coordinamento con i contenuti del nuovo codice dei contratti, d.lgs. n. 50/2016, che, com’è noto, contiene una specifica disposizione in materia di “Procedure in caso di somma urgenza e di protezione civile” (art. 163).
 
Viene, poi, confermata la nomina del Commissari delegati per il coordinamento dell’attuazione delle ordinanze di protezione civile, così come la previsione di un sistema di monitoraggio e di ispezioni per la verifica dell’attuazione suddetta, con il rafforzamento offerto dal chiarimento secondo cui detto sistema deve garantire la continuità dell’azione di monitoraggio e la periodicità delle ispezioni.
 
- Ordinanze volte a favorire il rientro nell’ordinario a seguito di emergenze di rilievo nazionale (art. 26).
 
Viene previsto che, almeno trenta giorni prima della scadenza dello stato di emergenza di rilievo nazionale, venga adottata un’apposita ordinanza volta a favorire e regolare il proseguimento dell'esercizio delle funzioni commissariali in via ordinaria nel coordinamento degli interventi, conseguenti all'evento, pianificati e non ancora ultimati.
 
È chiarito, altresì, che, con detta ordinanza, possano essere altresì emanate, per la durata massima di sei mesi non prorogabile, e per i soli interventi connessi all'evento, disposizioni derogatorie, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento giuridico e delle norme dell'Unione europea, in materia di affidamento di lavori pubblici e di acquisizione di beni e servizi nonché per la riduzione di termini analiticamente individuati e disposizioni finalizzate all'eventuale rimodulazione del piano degli interventi nei limiti delle risorse disponibili.
 

Nuova pronuncia ANAC: illegittimo chiedere requisiti soggettivi tra i criteri di valutazione offerta

L’ANCE, a seguito di segnalazione proveniente dal territorio, ha impugnato, con istanza di precontenziosopresentata ad aprile 2017, la legittimità di un bando, rilevando, tra l’altro, criticità nella parte in cui erano previsti, tra i criteri di valutazione dell’offerta tecnica, elementi attinenti alla struttura e all’affidabilità dell’offerente di natura quantitativa.  
 
In particolare, il disciplinare di gara individuava i seguenti criteri:
 
A)     struttura tecnica dell’impresa;
B)     organizzazione del personale e
C)    organizzazione tecnica;
 
A sua volta, la valutazione del criterio della struttura di impresa avveniva, inter alia, attraverso la valutazione economica finanziaria dell’impresa, definita attraverso gli “indici psf” (ossia di indicatori di natura patrimoniale, finanziaria e reddituale).
 
L’ANACcon delibera n. 70 del 24 gennaio 2018ha condiviso le censure sollevate sul punto da ANCE, ritenendo che tali criteri di valutazione “non appaiono idonei a evidenziare le caratteristiche migliorative delle offerte presentate dai concorrenti sotto un profilo qualitativo della prestazione offerta ”. 
 
In motivazione, l’Autorità afferma, in linea con quanto stabilito nelle Linee Guida n. 2 sull’OEPV, che i criteri di valutazione dell’offerta “idonei a evidenziare le caratteristiche migliorative delle offerte presentate dai concorrenti e a differenziare le stesse in ragione della rispondenza alle esigenze della stazione appaltante. I citati criteri devono, pertanto, consentire un effettivo confronto concorrenziale sui profili tecnici dell’offerta, scongiurando situazioni di appiattimento delle stesse sui medesimi valori, vanificando l’applicazione del criterio del miglior rapporto qualità/prezzo”.
 
In ragione di ciò, l’ANAC ha ritenuto che, nel caso di specie, le previsioni della lex specialis relative ai criteri di valutazione dell’elemento qualità dell’offerta tecnica (struttura d’impresa, organizzazione del personale e organizzazione tecnica), e i relativi sub criteri, erano riferibili piuttosto che alle migliorie dell’offerta tecnica, a meri requisiti di partecipazione del concorrente.
 
Pertanto, tali requisiti sono stati ritenuti inidonei ad evidenziare  le caratteristiche migliorative delle offerte presentate dai concorrenti, sotto il profilo qualitativo dell’offerta.
 
Si tratta di un principio di fondamentale importanza, da tempo sostenuto dall’ANCE, teso ad evitare distorsioni del mercato derivanti da un’impropria commistione  in gara, tra i requisiti di selezione delle imprese e gli elementi di valutazione qualitativa dell’offerta.

Gare di appalto: l'esperienza non può determinare il punteggio

L’inserimento di requisiti di esperienza tra i criteri di valutazione dell’offerta è ammissibile nel solo caso di appalti di servizi.
 
Inoltre, deve essere data una lettura garantista alla causa di esclusione dell’illecito professionale, che può operare solo a fronte di un precedente che abbia assunto carattere di definitività.
 
Infine, i chiarimenti forniti dalla Stazione appaltante su una procedura di gara devono ritenersi ammessi nei limiti in cui non modifichino la disciplina dettata per lo svolgimento della stessa.
 
Sono questi i principi affermati dal Consiglio di Stato, Sezione V, con la sentenza del 17 gennaio 2018, n. 279.
 
1.       I criteri di valutazione delle offerte nelle gare con OEPV
 
Ad avviso del Collegio, sono censurabili i criteri di valutazione dell’offerta che includono, ai fini dell’attribuzione del punteggio, elementi attinenti alla capacità tecnica dell’impresa (certificazione di qualità e pregressa esperienza presso soggetti pubblici e privati), anziché alla qualità dell’offerta. In particolare, “è necessario tenere separati i requisiti richiesti per la partecipazione alla gara da quelli pertinenti all’offerta ed all’aggiudicazione, non potendo rientrare tra questi ultimi i requisiti soggettivi in sé considerati, avulsi dalla valutazione dell’incidenza dell’organizzazione sull’espletamento dello specifico servizio da aggiudicare”(cfr. C.d.S. nn. 4191/2013 e 5181/2015).
 
Tale orientamento, secondo Palazzo Spada, rispecchia un principio di matrice comunitaria, che si pone anche a tutela delle capacità competitive delle piccole e medie imprese che presentano un profilo esperienziale meno marcato.
 
Ne consegue che, secondo il Collegio, la commistione tra requisiti di partecipazione e criteri di valutazione dell’offerta, da applicare sempre “cum grano salis”, può essere prevista ai sensi del Codice dei contratti nel caso in cui “l’organizzazione, le qualifiche e l’esperienza del personale effettivamente utilizzato nell’appalto … possa[no] avere un’influenza significativa sul livello di esecuzione dell’appalto” (art. 95, co. 6, lett. e) del D.lgs. 50/2016).
 
Peraltro, viene affermato che la valutazione nell’offerta tecnica di elementi di tipo soggettivo può riguardare solo gli appalti di servizi (e non quindi gli appalti di lavori), e ciò solo al ricorrere a precise condizioni:
 
-        l’attività dell’impresa premiata deve effettivamente “illuminare la qualità dell’offerta
-        lo specifico punteggio assegnato per l’attività svolta, con oggetto analogo a quella dell’appalto da affidarsi, non deve incidere in maniera rilevante sulla determinazione del punteggio complessivo.
 
Si tratta di una posizione ampiamente condivisa e anticipata, in più occasioni, dall’ANCE che ha sempre ritenuto non coerente con la natura degli appalti di lavori e con il sistema SOA, l’individuazione di un particolare requisito soggettivo (nel caso specifico l’esperienza pregressa) come criterio di attribuzione del punteggio.
 
Infatti, il concorrente ad un appalto di lavori di importo superiore a 150.000 euro ha già comunque obbligatoriamente dimostrato alla SOA i requisiti di capacità tecnica e professionale previsti dall’art. 83 e cioè di essere in possesso, oltre che dei requisiti di ordine generale, dell’idonea esperienza richiesta in relazione allo specifico appalto.
 
La stessi requisiti non potrebbero quindi assurgere a criterio soggettivo di attribuzione del punteggio.
 
2.       L’illecito professionale
 
Il Collegio approfondisce anche la causa di esclusione dell’illecito professionale, di cui all’art. 80, comma 5, lett. c) del D.lgs. 50 del 2016, Codice dei contratti pubblici, confermando l’orientamento più “garantista” già espresso dal Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Sez. giurisdizionale, con la sentenza 28 dicembre 2017, n. 575.
 
Secondo l’orientamento espresso, l’eventuale inadempimento contrattuale del concorrente (penali, risarcimento, incameramento della garanzia) non rappresenta una "significativa carenza" e, quindi, non può comportare l’esclusione dalla procedura di gara, nel caso in cui non si siano ancora prodotti effetti giuridici "definitivi", perché non contestati ovvero confermati in giudizio.
 
A tale proposito, il giudice amministrativo ha altresì chiarito, in una diversa occasione, che non dovrebbe sussistere l’illecito professionale laddove le parti si siano accordate e l’inadempimento sia stato sanato col pagamento di una penale, proprio perché questa è frutto di un accordo con il committente, non di un risarcimento stabilito dal giudice al termine di un contenzioso (Tar Campania, sez. IV, sentenza n. 99/2018).
 
Pertanto, se nel primo caso l’impresa può essere esclusa per illecito professionale, nel secondo non sussistono tali presupposti.
 
Tornando al caso in esame, il Consiglio di Stato ha escluso che la morosità nel pagamento di canoni concessori possa rappresentare una condotta che integra un grave illecito professionale, laddove non si tratti di un inadempimento definitivamente accertato, ossia non contestato in giudizio ovvero confermato all’esito di un giudizio.
 
Rispetto al predetto orientamento, il Collegio evidenzia altresì che, nell’illecito professionale, il riscontro della gravità dell’evento verificatosi o della negligenza ed dell’errore professionale dell’operatore economico può spettare esclusivamente all’Amministrazione, non ad un terzo ricorrente.
 
Infatti, l’impresa ricorrente non può sostituirsi all’Amministrazione nell’”individuazione, avente carattere discrezionale, del punto di rottura dell’affidabilità della controparte contrattuale, tale da precludere la stipulazione di futuri rapporti negoziali, desumibile anche da vicende pregresse”.
 
La posizione più garantista espressa dalla suddetta giurisprudenza è ampiamente condivisa dall’ANCE, che in più occasioni ha ravvisato l’esigenza di consentire l’operatività di un quadro regolatorio efficace, senza privare gli operatori del settore delle necessarie garanzie in termini di certezza del diritto.
 
Sotto questo profilo, sarebbe opportuno pervenire ad una modifica della norma vigente, che riconduca chiaramente le fattispecie rilevanti quale illecito professionale a fatti accertati definitivamente, riferibili solo all’impresa e riscontrabili attraverso i dati inseriti nel Casellario dell’ANAC.
 
3.       I chiarimenti forniti dalla Stazione appaltante
 
Il Consiglio di Stato conferma l’orientamento secondo cui i chiarimenti forniti dalla Stazione appaltante “sono ammissibili purché non modifichino la disciplina dettata per lo svolgimento della gara, cristallizzata nella lex specialis, avendo i medesimi una mera funzione di illustrazione delle regole già formate e predisposte dalla disciplina di gara, senza alcuna incidenza in termini di modificazione o integrazione delle condizioni di gara” (cfr., ex multis, C.d.S. nn. 978/2017, 735/2017 e 74/2016).
 
L’ammissibilità dei chiarimenti va invece esclusa allorquando, mediante l’attività interpretativa, si giunga ad attribuire ad una disposizione del bando un significato ed una portata diversa o maggiore rispetto a quella che risulta dal testo.
 
Infatti, se nelle gare d’appalto le uniche fonti ad assumere carattere vincolante per la Commissione giudicatrice sono bando di gara, capitolato e disciplinare (unitamente agli eventuali allegati), i successivi chiarimenti (auto-interpretativi) della stazione appaltante non possono né modificarle, né integrarle (C.d.S. n. 4441/2015).
 
In altri termini, i chiarimenti della Stazione appaltante possono costituire interpretazione autentica soltanto nelle ipotesi in cui non sia ravvisabile un conflitto tra le delucidazioni fornite dall’Amministrazione ed il tenore delle clausole chiarite (C.d.S. n. 1889/2015). E se del caso, laddove vi sia contrasto, deve darsi prevalenza alle clausole della lex specialis e al significato desumibile dal tenore delle stesse, per quello che oggettivamente prescrivono.
 
 

Casellario Giudiziale: le ultime indicazioni dell’ANAC sulle richieste di rilascio del certificato

Si informa che l’ANAC, con riferimento alla verifica dei requisiti generali degli operatori economici nelle procedure disciplinate dal Codice dei contratti pubblici (ai sensi dell’art. 80 D.Lgs. n. 50/2016; art. 38 D.lgs. n. 163/2006 per le procedure soggette alla previgente disciplina), ha pubblicato un nuovo Comunicato con il quale ha fornito Indicazioni alle stazioni appaltanti sulle richieste di rilascio del certificato del Casellario Giudiziale.
 
In particolare, l'Autorità ha ritenuto opportuno chiarire che, ai fini dei procedimenti selettivi disciplinati dal Codice, nella compilazione dei modelli predisposti dal Ministero della Giustizia (cfr. modelli 1 e 6A, rispettivamente per la certificazione massiva e per quella relativa a singole persone fisiche), occorre barrare il riquadro che contiene il riferimento all’art. 39 D.P.R. n. 313/2002 (consultazione diretta del sistema), indicando altresì, nell’apposito campo, motivo e finalità della richiesta.
 
 
 

Codice dei contratti: Il MIT pubblica il decreto che regola la digitalizzazione degli appalti (BIM)

Si informa che sul sito del Ministero delle Infrastrutture è stato pubblicato il decreto, già firmato dal Ministro delle Infrastrutture Delrio il 1° dicembre u.s., c.d. Decreto BIM.
 
Il suddetto decreto, in attuazione dell’articolo 23, comma 13, del Codice dei contratti pubblici definisce le modalità e i tempi di progressiva introduzione, da parte delle stazioni appaltanti, delle amministrazioni concedenti e degli operatori economici, dell’obbligatorietà dei metodi e degli strumenti elettronici specifici, quali quelli di modellazione per l’edilizia e le infrastrutture, nelle fasi di progettazione, costruzione e gestione delle opere e relative verifiche.
 
Sintesi dei contenuti
 
Il decreto fissa le date di introduzione obbligatoria del BIM negli appalti:
  • dal 1° gennaio 2019, per i lavori complessi relativi a opere di importo a base di gara pari o superiore a 100 milioni di euro;
  • dal 1° gennaio 2020, per i lavori complessi relativi a opere di importo a base di gara pari o superiore a 50 milioni di euro;
  • dal 1° gennaio 2021, per i lavori complessi relativi a opere di importo a base di gara pari o superiore a 15 milioni di euro;
  • dal 1° gennaio 2022, per le opere di importo a base di gara pari o superiore alla soglia di cui all'art.35 del Codice dei contratti pubblici;
  • dal 1° gennaio 2023, per le opere di importo a base di gara pari o superiore a 1 milione di euro;
  • dal 1° gennaio 2025, per le nuove opere di importo a base di gara inferiore a 1 milione di euro.
Il provvedimento disciplina inoltre gli adempimenti delle stazioni appaltanti che dovranno preliminarmente adottare:
  • un piano di formazione del proprio personale;
  • un piano di acquisizione o di manutenzione di hardware e software di gestione dei processi decisionali e informativi;
  • un atto organizzativo che espliciti il processo di controllo e gestione, i gestori dei dati e la gestione dei conflitti.
E' previsto l'utilizzo di piattaforme interoperabili a mezzo di formati aperti non proprietari da parte delle stazioni appaltanti ed è definito l'utilizzo dei dati e delle informazioni prodotte e condivise tra tutti i partecipanti al progetto, alla costruzione e alla gestione dell'intervento.
 
Il decreto entrerà in vigore decorsi quindici giorni dalla data di pubblicazione sul sito del Ministero delle infrastrutture, ossia il 27 gennaio 2018.
 
Già dall’entrata in vigore del decreto, è previsto l'utilizzo facoltativo del BIM per le nuove opere e per interventi di recupero, riqualificazione o varianti, da parte delle stazioni appaltanti, a condizione che abbiano ottemperato agli adempimenti preliminari di cui sopra.
 

 

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