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Decreto Cura Italia: Il MIT chiarisce l’applicazione della sospensione dei termini

Il Ministero delle Infrastrutture ha pubblicato una circolare, indirizzata ai propri Dipartimenti nonché alle società Ferrovie, RFI e ANAS (da esso vigilate), con la quale ha fornito risposta ad alcuni importanti dubbi interpretativi riguardanti la corretta applicazione dell'articolo 103 del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18, recante "Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno per le famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da Covid-19".

Come noto, tale norma, rubricata sotto il titolo Sospensione dei termini nei procedimenti amministrativi ed effetti degli atti amministrativi in scadenza”, disciplina la sospensione di tutti i termini relativi ai procedimenti amministrativi avviati su istanza di parte o di ufficio.

Più in particolare, il primo comma della disposizione sancisce il principio per cui, ai fini del computo di termini – perentori o ordinatori – propedeutici, endoprocedimentali, finali ed esecutivi relativi allo svolgimento di procedimenti amministrativi, su istanza di parte o d’ufficio, pendenti alla data del 23 febbraio 2020 o iniziati successivamente a tale data, non si tiene conto del periodo compreso tra la medesima data e quella del 15 aprile 2020.

L'estrema genericità della disposizione ha fatto sorgere alcuni importanti dubbi applicativi, non essendo chiaro se la stessa potesse trovare applicazione anche con riferimento alle procedure di gara, di cui al d.lgs. 50/2016.

 

Stante le numerose richieste di chiarimento pervenute dalle stazioni appaltanti ed al fine di assicurare un’applicazione uniforme della norma, il Ministero ha ritenuto opportuno fornire una chiara interpretazione al riguardo, confermando che la disposizione si applica anche alle procure per l'affidamento di appalti e concessioni, di cui al d.lgs. 50/2016, che rappresentano, anzi, la sedes materiae tipica di applicabilità della suddetta disposizione.

Tale interpretazione è sorretta da due principali ordini di argomentazioni.

Anzitutto, la natura di tali procedure che, evidentemente, rientrano nel novero dei procedimenti amministrativi, in quanto sono disciplinate da regole di diritto pubblico e si sviluppano in una sequenza procedimentale che culmina nell’aggiudicazione e nella successiva stipulazione del contratto.

In secondo luogo, la ratio legis sottesa alla disposizione stessa che, nel momento emergenziale in atto, mira, da un lato, ad assicurare la massima partecipazione alle gare dei soggetti interessati, e, dall’altro lato, ad evitare che l’Amministrazione incorra in eventuali ritardi o nel formarsi di atti attraverso la forma del “silenzio-significativo”.

Ciò premesso, nella circolare si chiarisce che le previsioni dell’articolo 103, comma 1, si applicano a tutti i termini previsti dalla lex specialis di gara, tra i quali sono menzionati espressamente, a titolo esemplificativo:

-          i termini per la presentazione delle domande di partecipazione e/o delle offerte

-          i termini previsti per l’effettuazione dei sopralluoghi

-          i termini concessi per rispondere al cd. “soccorso istruttorio”

-          i termini eventualmente stabiliti dalle commissioni di gara relativamente alla loro attività

Tutti i termini fissati all’interno della gara, quindi, qualora pendenti alla data del 23 febbraio u.s. ovvero successivi a tale data, subiranno uno slittamento, in quanto, dovendo essere escluso dal loro computo il lasso di tempo compreso tra il 23 febbraio – o data successiva - ed il 15 aprile p.v., subiranno una sospensione. Nel caso di termini già prendenti alla data del 23 febbraio, la sospensione sarà di 52 giorni, corrispondenti appunto al periodo intercorrente tra il 23 febbraio e il 15 aprile.

Una volta concluso il periodo di sospensione, i termini riprenderanno a decorrere nuovamente.

Il Ministero fornisce, poi, un’ulteriore precisazione, chiarendo che, siccome la sospensione è posta a favore del soggetto sul quale grava l’obbligo di rispettare il termine, nulla vieta che questi possa, per sua libera scelta, eseguire l’attività alla quale è tenuto entro il termine originario, ovvero in un termine inferiore rispetto a quello risultante dalla sospensione. Naturalmente, anche in tale specifica ipotesi, le attività amministrative conseguenziali saranno comunque soggette alla sospensione prevista dall’art. 103 comma 1, con conseguente differimento nel tempo dei relativi termini.

Volendo esemplificare, la precisazione può implicare che, laddove, ad esempio, il termine per la presentazione delle offerte sia stato fissato al 31 marzo p.v., tale termine sia automaticamente posticipato di 15 giorni (dovendo essere escluso dal relativo computo il lasso di tempo intercorrente tra il 31 marzo e il 15 aprile), scadendo conseguentemente il 16 di aprile.

In questo caso, nulla vieta al concorrente in grado di rispettare la scadenza originaria del 31 marzo di trasmettere la propria offerta entro tale data. Tale circostanza, tuttavia, non consentirebbe di accelerare i tempi di valutazione delle offerte da parte della stazione appaltante, che sarebbero comunque posticipati di 15 giorni.

La circolare ricorda, infine, l’importante previsione contenuta nel secondo periodo del comma 1 della norma. Infatti, viene richiesto alle Amministrazioni di evitare protrazionitemporali eccessive nella conclusione dei procedimenti amministrativi, adottando ogni misura organizzativa idonea ad assicurarne la ragionevole durata e la celere conclusione, con priorità per quelli da considerare urgenti.

Il MIT ribadisce, al riguardo, che, per il settore degli appalti pubblici, la conclusione dei procedimenti in tempi certi e celeri rappresenta un’ineludibile esigenza, a prescindere dalla contingente emergenza sanitaria in atto. Per tale ragione, invita le Amministrazioni a porre in essere tutte le attività organizzative funzionali ad una rapida conclusione delle procedure. In tale ottica, le invita altresì a valutare l’opportunità di rispettare, durante il periodo di sospensione, gli originari termini endoprocedimentali riguardanti attività di propria esclusiva pertinenza, nella misura in cui ciò sia compatibile con il rispetto delle misure di contenimento e con le modalità ordinarie di lavoro nelle pubbliche amministrazioni, individuate dall’art. 87 del DL 18/2020.

Si ritiene opportuno evidenziare che la circolare interpretativa in commento è indirizzata dal MIT ai propri dipartimenti e alle società da esso vigilate. Non risulta chiaro, quindi, se le indicazioni in esso contenute possano trovare applicazione estensiva anche nei confronti di tutte le altre amministrazioni.

Ciò considerato, al fine di evitare che le imprese possano incorrere inconsapevolmente in penalizzanti scadenze dei termini, si suggerisce, in via prudenziale, laddove vi sia incertezza, di formulare una specifica richiesta di chiarimento alla committente, tesa a comprendere se nella specifica gara si intenda sospendere i termini, secondo l’interpretazione data dal MIT.

Circolare del Ministero delle Infrastrutture su sospensione termini gare

Si allega nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in merito all'applicazione dell’articolo 103 del decreto – legge 17 marzo 2020 alle procedure disciplinate dal decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50.

Comunichiamo che il Ministero delle Infrastrutture ha inviato ai Dipartimenti del Ministero nonché a Ferrovie, Anas ed RFI, un comunicato con il quale fornisce chiarimenti interpretativi in merito alla corretta applicazione dell'articolo 103 DL 17 marzo 2020, n. 18, recante "Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno per le famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da Covid-19".

 Allegato: MIT - CIRCOLARE 24 marzo 2020 

ANAC: ulteriori indicazioni sui termini di attestazione

Il Consiglio dell'Autorità nazionale Anticorruzione, ANAC, nel corso dell’adunanza del 17 marzo 2020, ha preso atto che le disposizioni contenute nel DPCM del 9 marzo 2020 hanno esteso all’intero territorio nazionale l’applicazione delle misure adottate in materia di attestazione SOA per il contrasto e la prevenzione della diffusione del virus COVID-19, che hanno ridotto l’operatività di Amministrazioni e Enti pubblici.

Conseguentemente, la stessa ANAC ha deliberato che le indicazioni fornite alle imprese e alle SOA con il Comunicato del 4 marzo u.s. assumono necessariamente una valenza generalizzata e devono perciò ritenersi applicabili a tutto il territorio nazionale.

Sotto questo profilo, si conferma pertanto quanto l’ANCE aveva già evidenziato nel 4° aggiornamento dell’ANCE delle Indicazioni Operative per le imprese dell’Edilizia – COVID-19, cui si rinvia.

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Riferimenti esterni

Appalti pubblici: il principio di invarianza della soglia di anomalia

Il principio di invarianza della soglia di anomalia (detto anche “del blocco della procedura”) stabilisce che «ogni variazione che intervenga, anche in conseguenza di una pronuncia giurisdizionale, successivamente alla fase di ammissione, regolarizzazione o esclusione delle offerte non rileva ai fini del calcolo di medie nella procedura, ne' per l'individuazione della soglia di anomalia delle offerte» (art. 95, co. 15 del Codice dei contratti pubblici, d.lgs. 50/2016).

Tale principio mira a sterilizzare l’alterazione della trasparenza e della correttezza del confronto concorrenziale e, nel contempo, traduce anche il principio di conservazione degli atti giuridici (cfr. Cons. St., Sez. V, 2 settembre 2019, n. 6013).

Secondo un primo orientamento giurisprudenziale, tale “blocco” della procedura, che non deve essere inteso nel senso di vanificare la tutela giurisdizionale, oggetto di tutela costituzionale (artt. 24 e 113 Cost.), va comunque contemperato con i principi di buon andamento ed imparzialità dell’attività amministrativa, anch’essi di rango costituzionale (art. 97 Cost.).

Pertanto, coerentemente alla dato letterale dell’art. 95 del Codice, la rettifica della soglia di anomalia - derivante dall’illegittima ammissione di imprese prive dei requisiti di partecipazione alla gara - deve essere consentita alla stazione appaltante sino alle situazioni in cui sia stato attivato il soccorso istruttorio, quando non può dirsi ancora conclusa la fase di ammissione delle offerte (cfr. Cons. St., Sez. V, 12 febbraio 2020, n.  1117).

Sotto tale profilo, il principio di invarianza della soglia di anomalia:

  • non è stato ritenuto applicabile e conseguentemente ammessa la rideterminazione della soglia, nel caso di sopravvenuta esclusione di alcuni offerenti il giorno successivo allo svolgimento della gara, in un contesto temporale unitario, sulla base «un’ulteriore verifica di ufficio delle dichiarazioni delle società partecipanti, in particolare sul possesso della iscrizione nella White List» (cfr. Cons. St. n. 1117/2020 cit.);
  • è stato ritenuto applicabile e conseguentemente non ammessa la rideterminazione della soglia, laddove - concluse le fasi di ammissione delle offerte e di valutazione delle offerte economiche - la stazione appaltante, individuata la prima in graduatoria, si apprestasse a sottoporre l’offerta di quest’ultima alla verifica dei costi (cfr. TAR Bari, Sez. III, 14 febbraio 2020, n. 254).

Ciò posto, l’art. 95, comma 15 del Codice rimane oggetto di interpretazioni non sempre univoche da parte della giurisprudenza amministrativa, poiché, secondo un diverso e diffuso indirizzo esegetico, «il principio di invarianza della soglia … si applica soltanto a partire dal momento dell’aggiudicazione definitiva»  (cfr. TAR Catania, sez. I, 24 dicembre 2019, n. 3077 che richiama Consiglio di Stato, 22 dicembre 2015, n. 740, 11 gennaio 2017, n. 14, e 5 aprile 2017, n. 159 nonché Cons. giust. amm. Sicilia, sez. giuris., 11 gennaio 2017, n. 14).

Secondo tale orientamento, fino al provvedimento di c.d. aggiudicazione definitiva, la stessa commissione, nell’esercizio del potere di autotutela, può riaprire il procedimento di gara già espletato «per emendarlo da errori commessi e da illegittimità verificatesi, anche in relazione all’eventuale illegittima ammissione o esclusione dalla gara di un’impresa concorrente» (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 5 ottobre 2005, n. 5360).

In ogni  caso, la previsione dell’art. 95 citato riguarda e fa riferimento ad evenienze, temporalmente specificate, afferenti, però, sempre a nuove valutazioni discrezionali della stazione appaltante, pertanto il suddetto “blocco” deve escludersi nel caso di:

  • mero errore materiale, commesso dalla stazione appaltante in sede di lettura di una delle offerte, che - impregiudicata la conseguente responsabilità della stessa - deve necessariamente comportare, anche in via di autotutela, un allineamento della situazione di fatto con quella di diritto a prescindere dal momento in cui tale errore è stato scoperto (cfrTAR Roma, Sez. II-bis, 4 febbraio 2020, n. 1461);
  • anomalia informatica, in ragione della quale:
    • non è stata presa in considerazione un’offerta ed è stata disposta l’esclusione in via automatica dallo stesso sistema informatico, senza che vi fosse stato in realtà alcun giudizio negativo dell’offerta da parte del RUP ai fini dell’esclusione (cfrTAR Milano, Sez. IV, 2 marzo 2020, n. 401)
    • che ha comportato l’esclusione temporanea delle due imprese, ritirata in autotutela dal RUP, che non poteva che comportare la ripresa della gara dal momento anteriore, considerando confermato il primo sorteggio, con applicazione piena del principio di invarianza (cfr. TAR Napoli, Sez. III, 2 gennaio 2020, n. 3).

Sotto un diverso profilo, per quanto generale possa essere la ratio sottesa a tale disposizione secondo l’interpretazione datane dalla giurisprudenza, è pacifico che essa non vale a limitare la portata di una specifica disciplina di gara, al di fuori dei profili direttamente interessati dalla disposizione (ossia il calcolo di medie e l’individuazione della soglia di anomalia).

Pertanto, è stato ritenuto che il suddetto “blocco” non potesse applicarsi ad una gara che preveda un meccanismo d’assegnazione dell’appalto basato sull’attribuzione di un solo lotto a ciascuna impresa, in ragione del livello del ribasso offerto, dando luogo a un conseguente sistema di “scorrimento laterale” della graduatoria funzionale alle aggiudicazioni finali (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 29 luglio 2019, n. 5358).

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Riferimenti esterni

Appalti pubblici: focus sui nuovi limiti al subappalto

Negli ultimi mesi, il subappalto - istituto fondamentale nell’esecuzione degli appalti pubblici -  è stato oggetto di numerosi interventi legislativi e modifiche normative, tra cui quelle riguardanti la variazione del limite quantitativo ammesso e la sospensione dell’indicazione della terna di subappaltatori in gara.

Tali modifiche sono state apportate con l’approvazione del cd. decreto “Sblocca cantieri”, che ha sospeso - fino al 31 dicembre 2020 – anche i commi 2 e 6 dell’art. 105 del Codice dei contratti pubblici (di seguito semplicemente “Codice”), D.Lgs. 50/2016 (cfr. art. 1, co. 18 del D.L. n. 32/2019, convertito con modificazioni dalla legge n. 55/2019).

Ciò, per dare una risposta, transitoria e non esaustiva, alla lettera di costituzione in mora della Commissione europea, inviata al Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale il 24 gennaio 2019 (rif. proc. infrazione n. 2018/2273).

Successivamente a tali modifiche, sono intervenute anche tre nuove pronunce della Corte di Giustizia europea, che hanno stabilito nel dettaglio su quali aspetti la normativa nazionale  del subappalto deve ritenersi in contrasto con la direttiva 2014/24/UE del 26 febbraio 2014.

Tali sentenze hanno avuto (e stanno avendo) un grande impatto su stazioni appaltanti, giudice nazionale e ANAC.

In mancanza di chiare indicazioni normative, i soggetti di volta in volta interessati hanno quindi affrontato la problematica del subappalto, con esiti alterni, confermando la difficoltà di raggiungere una coerenza tra la disciplina nazionale ed quella europea.

  1. LIMITI QUANTITATIVI E ULTERIORI VINCOLI DELLA DISCIPLINA NAZIONALE

Le censure alla disciplina italiana, contenute nella citata lettera di messa in mora inviata dalla Commissione Europea e relative al subappalto, riguardavano:

  1. il divieto di subappaltare più del 30% di un contratto pubblico;
  2. l’obbligo di indicare la terna di subappaltatori proposti;
  3. il divieto per un subappaltatore di fare a sua volta ricorso a un altro subappaltatore
  4. i divieti per diversi offerenti in una determinata gara di fare affidamento sulle capacità dello stesso soggetto, per un potenziale subappaltatore indicato di presentare a sua volta offerta e per lo stesso soggetto di essere offerente e subappaltatore di un altro offerente.

Tali censure hanno portato la Corte di giustizia a ribadire che molte delle relative disposizioni contenute nel Codice dei contratti non sono in linea con il diritto europeo in tema di appalti pubblici

  1. IL LIMITE QUANTITATIVO:
  1. Le sentenze “Vitali” e “Tedeschi” della CGUE

Successivamente alla lettera di costituzione in mora, la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata, in tema di limiti al subappalto, nelle sentenze “Vitali”, del 26 settembre 2019 (causa C-63/18), e “Tedeschi”, del 27 novembre 2019 (causa C-402/18, ma vedi anche sentenza CGUE del 14 luglio 2016, Wroclaw - Miasto na prawach powiatu, C-406/14, , richiamata in entrambe le sentenze).

In particolare, a fronte di tale disallineamento, nella prima sentenza “Vitali” di settembre, la Corte europea si è concentrata sul limite del 30% al subappalto, sul presupposto che siffatto limite «può rendere più difficoltoso l’accesso delle imprese, in particolar modo di quelle di piccole e medie dimensioni, agli appalti pubblici, così ostacolando l’esercizio della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi».

Nella stessa sentenza, la CGUE evidenzia altresì che «le amministrazioni aggiudicatrici devono rispettare i principi di aggiudicazione degli appalti di cui all’articolo 18 della direttiva 2014/24, tra i quali figurano … i principi di parità di trattamento, di trasparenza e di proporzionalità».


Conseguentemente, la direttiva 2014/24/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale «vieta in modo generale e astratto il ricorso al subappalto che superi una percentuale fissa dell’appalto pubblico … indipendentemente dal settore economico interessato dall’appalto di cui trattasi, dalla natura dei lavori o dall’identità dei subappaltatori. Inoltre, … non lascia alcuno spazio a una valutazione caso per caso da parte dell’ente aggiudicatore» (cfr. C-63/18 cit.).

Nella seconda sentenza “Tedeschi” di novembre, la CGUE conferma al stessa posizione sui limiti al subappalto previsti dal Codice (cfr. art. 105, co. 14 del Codice), aggiungendo un’ulteriore considerazione in merito al rapporto tra limite percentuale del 30% della commessa e il legittimo obiettivo del contrasto al fenomeno dell’infiltrazione della criminalità organizzata nel settore degli appalti pubblici.

In particolare, nella sentenza si evidenzia che «anche supponendo che una restrizione quantitativa al ricorso al subappalto possa essere considerata idonea a contrastare siffatto fenomeno, una restrizione come quella oggetto del procedimento principale eccede quanto necessario al raggiungimento di tale obiettivo».

Con ciò evidenziando non l’astratta possibilità di porre un limite quantitativo, ma l’eccessività del Codice dei contratti «che limita al 30% la quota parte dell’appalto che l’offerente è autorizzato a subappaltare a terzi».

Nella stessa sentenza la Corte ha, altresì, dichiarato l’illegittimità della predetta disciplina laddove «limita la possibilità di ribassare i prezzi applicabili alle prestazioni subappaltate di oltre il 20% rispetto ai prezzi risultanti dall’aggiudicazione», in quanto si tratta di strumento che eccede rispetto alla necessità di assicurare la tutela salariale dei lavoratori impiegati nel subappalto.

  1. Le sentenze del Giudice nazionale

Nonostante tali chiare indicazioni della Unione europea, il Legislatore italiano non ha rimosso i limiti al subappalto; sul tema è quindi intervenuto in due distinte occasioni il Consiglio di Stato.

In particolare, in un prima sentenza, il Collegio ha chiarito che il 30% «dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture», nella formulazione dell’art. 105, co. 2 del Codice, applicabile ratione temporis, ossia quella anteriore al decreto “sblocca cantieri”, deve ritenersi superato per effetto delle citate sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea (cfr. Sez. V, 16 gennaio 2020, n. 389 e, id., 17 dicembre 2019, n. 8535).

L’orientamento del Consiglio di Stato segue ad una prima pronuncia del TAR, in cui era stato evidenziato che il limite del 30% non può più ritenersi applicabile “a priori” al subappalto, ma deve «comunque essere valutato in concreto se il ricorso al subappalto abbia effettivamente violato i principi di trasparenza, di concorrenza e di proporzionalità» (cfr. TAR Lecce, 5 dicembre 2019, n. 1938, in cui veniva dichiarato illegittimo il subappalto per il solo elemento “quantitativo” di aver superato il 90% delle prestazioni oggetto dell’appalto).

In tal caso, l’amministrazione sembrerebbe chiamata all’assunzione di una rilevante responsabilità, laddove deve valutare caso per caso l’ammissibilità in concreto del subappalto richiesto, a prescindere da ogni automatismo e dal mero richiamo al superamento di un certo valore-soglia, motivando l’eventuale necessario mantenimento di una certa quota del contratto in capo all’appaltatore.

A tale proposito, come sopra accennato, è altresì da considerate che il cd. decreto “Sblocca cantieri”, nell’intento di superare le censure della Ue sui suddetti limiti al subappalto, ha sospeso per tutto il 2020 il limite del 30%, sancendo che questo è indicato dalle stazioni appaltanti nel bando di gara e non può superare la quota del 40% dell’importo complessivo del contratto.

Rimane, quindi, dubbio se anche questo limite, così imposto in via generale, debba ritenersi superato in seguito alle citate sentenze del CGUE, «alla luce della peculiare efficacia erga omnes delle pronunce della Corte di Giustizia» (cfr. TAR Lazio, sez. II-bis, 23 dicembre 2019, n. 14796, che tuttavia non ha approfondito tale possibilità).

Su tale ricostruzione, estensiva della portata della censura della UE, apparentemente coerente con l’obbligo di disapplicazione delle norme interne in contrasto con i principi e le direttive comunitarie, non sembra concordare l’ANAC.

Nel comunicato del Presidente dell’Autorità del 23 ottobre 2019 (ossia a cavallo delle due sentenze della CGUE), l’ANAC ha ritenuto tuttora applicabile il limite generale del subappalto di cui alla legge n. 55/2019, pari al 40% dell’importo complessivo del contratto (cfr. “Prime indicazioni per l’aggiornamento del Bando-tipo n. 1”,  paragrafo 9 “Subappalto”, pag. 22).

Secondo tale ricostruzione, la disciplina del subappalto non può essere considerata materia regolamentabile attraverso la lex specialis da ciascuna stazione appaltante, ma deve essere il Legislatore a definire una giusta e adeguata compensazione tra le “libertà” comunitarie e le esigenze nazionali di prevenzione e contrasto al fenomeno criminoso (cfr. Atto di Segnalazione del 13 novembre 2019).

Ne consegue, secondo l’ANAC, che occorre una urgente modifica normativa inerente la disciplina del subappalto affinché la disciplina nazionale sia riportata in sintonia con i principi stabiliti dal legislatore e dal Giudice europeo, e, in tal senso, potrebbero arrivare novità con la prossima Legge di delegazione Europea.

  1. OFFERENTE E SUBAPPALTO
  1. La sentenza “TIM SpA” della CGUE – Esclusione terna

Come accennato, fino al 31 dicembre 2020 è sospesa l’applicazione del comma 6 dell’art. 105 e del terzo periodo del comma 2 dell’art. 174, ossia l’indicazione della terna di subappaltatori, rispettivamente negli appalti e nelle concessioni.

Assieme a tale sospensione, sono altresì sospese le verifiche, in fase di gara, sui requisiti generali dei soggetti indicati nella terna di  subappaltatori (art. 80, commi 1, 2 e 5). Conseguentemente, l’amministrazione aggiudicatrice non è nelle condizioni di escludere dal procedimento l’offerente che abbia espresso la propria intenzione di avvalersi di un subappaltatore nei cui confronti sussiste un motivo di esclusione.

Tale disposizione è stata oggetto di interesse da parte della Corte di Giustizia Europea, che ne ha valutato la compatibilità con il diritto dell’Unione nella sentenza “Tim SpA”, del 30 gennaio  2020 (causa C-395/18).

Secondo la CGUE, in linea di principio, l’articolo 57, paragrafo 4, lettera a), della direttiva 2014/24/UE non osta ad una normativa nazionale, in virtù della quale l’amministrazione “abbia la facoltà, o addirittura l’obbligo, di escludere l’operatore economico che ha presentato l’offerta dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione dell’appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell’offerta di detto operatore venga constatato il motivo di esclusione previsto dalla disposizione sopra citata”.

Per contro, tale disposizione, “letta in combinato disposto con l’articolo 57, paragrafo 6, della medesima direttiva, nonché il principio di proporzionalità, ostano ad una normativa nazionale che stabilisca il carattere automatico di tale esclusione” del concorrente a causa della violazione commessa da un subappaltatore.

Infatti, tale automatismo priva, da un lato, l’operatore economico della possibilità di dimostrare la propria affidabilità malgrado l’esistenza di una violazione compiuta da uno dei suoi subappaltatori e, dall’altro, l’amministrazione aggiudicatrice della possibilità di disporre di un margine di discrezionalità al riguardo.

La CGUE ha quindi confermato, in modo indiretto, le perplessità espresse già nel 2016 dal Consiglio di Stato, secondo cui occorreva dare un’interpretazione comunitariamente orientata dell’art. 80, commi 1 e 5, del D.Lgs. n. 50 del 18 aprile 2016 (cfr. parere n. 2286/2016, fatto proprio dall’ANAC nella delibera n. 487 del 3 maggio 2017).

 

  1. Le sentenze del Giudice nazionale – Esclusione dell’offerente e terna

Antecedente alla suddetta sentenza “TIM SpA” della CGUE, il giudice nazionale aveva già ritenuto, in più occasioni, che il riscontro di una causa di esclusione in capo ad uno dei subappaltatori nell’ambito di una terna non potesse integrare, di per sé, un valido motivo di immediata esclusione dalla procedura (cfr., da ultimo, TAR Lazio Roma, sez. III, 27 gennaio 2020, n. 1084, che richiama T.A.R. Puglia, Lecce, Sez. II, n. 1122/2018).

L’esclusione dalla gara viene, infatti, considerata dal legislatore come provvedimento di extrema ratio, da adottarsi solo in quelle ipotesi in cui la causa di esclusione non risulti altrimenti rimuovibile mediante il ricorso a differenti strumenti, quale, ad es., la sostituzione dell’impresa subappaltatrice.

Ciò, in ragione di una interpretazione comunitariamente orientata dell’art. 80, comma 5, del Codice, secondo cui “quando è fornita una terna di possibili subappaltatori, è sufficiente ad evitare l’esclusione del concorrente che almeno uno dei subappaltatori abbia i requisiti e sia qualificato per eseguire la prestazione da subappaltare, ovvero che il concorrente dichiari di rinunciare al subappalto, avendo in proprio i requisiti per eseguire le prestazioni” (cfr. Consiglio di Stato, parere del 3 novembre 2016, n. 2286, fatto proprio dall’ANAC nella delibera del 3 maggio 2017, n. 487, nonché T.A.R. Sicilia, Palermo, Sez. I, n. 1096/2018).

Da notare che tale problematica sembrerebbe trovare definitiva soluzione con la Legge di delegazione Europea, ove, nelle prime bozze, sono modificati gli articoli 105 e 174 del Codice Appalti, eliminando l’obbligo di indicazione anticipata della terna di subappaltatori, rispettivamente nei contratti di appalto e di concessione.

  1. ALTRE LIMITAZIONI - SUBAPPALTO AUSILIARIA

La giurisprudenza è recentemente intervenuta anche su altri aspetti riguardanti il limite quantitativo al subappalto, escludendo che questo possa applicarsi in caso di sub-affidamento all’impresa ausiliaria e meglio definendo l’eccezione prevista per i contratti continuativi di cooperazione.

  1. Le sentenze del Giudice nazionale – Il subappalto dell’ausiliaria

Il Codice chiarisce che, anche nell’avvalimento, l’appalto «è in ogni caso eseguito dall’impresa che partecipa alla gara, alla quale è rilasciato il certificato di esecuzione» (art. 89, co. 8 del Codice).

Coerentemente, è stato osservato che l’impresa appaltatrice è, infatti, l’unica responsabile dell’esecuzione del contratto, mentre le prestazioni in concreto svolte dall’ausiliaria sono comunque riconducibili all’organizzazione predisposta dalla prima (vedi anche Cons. St., Sez. V, 16 marzo 2018, n. 1698).

Ne consegue che, secondo il Consiglio di Stato, «l’impresa ausiliaria può assumere il ruolo di subappaltatore nei limiti dei requisiti prestati», indipendentemente dalla permanenza nel nostro ordinamento di eventuali limiti quantitativi al subappalto (Sez. V, 16 gennaio 2020, n. 389, con riferimento all’ art. 89, co. 8 cit.).

A confermare tale interpretazione, vi è la diversità implicita tra l’istituto del subappalto e quello avvalimento, che impedisce di operare una commistione tra i due istituti; tanto che non può dirsi applicabile in via analogica altro limite, che si aggiunga a quello dei citati «requisiti prestati», diretto a garantire che all’impresa ausiliaria non siano in concreto affidate prestazioni eccedenti la propria capacità tecnica (Cons. Stato, sez. V, 17 dicembre 2019, n. 8535).

Con il suddetto orientamento trova riconoscimento, seppure a distanza di anni, la lettura dell’ANCE in merito alla disciplina dell’avvalimento di cui agli allora vigenti artt. 49 e 50 del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163 (cfr. consultazione dell’AVCP, ora ANAC, on line del 16 gennaio 2012, poi confluita nella Determinazione ANAC n. 2 del 1° agosto 2012).

  1. Le sentenze del Giudice nazionale – I contratti di cooperazione

Contratti Continuativi di Cooperazione o “co.co.co”, di cui all'art. 105 comma 3, lett. c- bis) del Codice, sono stati spesso affrontati in giurisprudenza come un potenziale mezzo per l'affidamento di prestazione a terzi fuori dai limiti del subappalto.

Infatti, il Codice stabilisce che non si configurano come attività affidate in subappalto, e quindi non sono soggette agli stessi limiti, «le prestazioni rese in favore dei soggetti affidatari in forza di contratti continuativi di cooperazione, servizio e/o fornitura, sottoscritti in epoca anteriore all’indizione della procedura, finalizzata all’aggiudicazione dell’appalto» (art. 105, comma 3 cit.).

A fronte di una aperto contrasto giurisprudenziale sulla portata di tale eccezione, sembrerebbe tuttavia divenuta prevalente un’interpretazione restrittiva di tale istituto, che esclude qualsiasi sovrapposizione con le prestazioni rese in regime di subappalto (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 24 gennaio 2020, n. 607, id., 27 dicembre 2018, n. 7256; contraex multisConsiglio di Stato, sez. III, 18 luglio 2019, n. 5068).

Infatti, secondo tale orientamento, i contratti continuativi di cooperazione si distinguono dal subappalto, per due caratteristiche:

  • la direzione soggettiva delle prestazioni affidate, che sono “rese in favore” dei soggetti affidatari che restano pur sempre gli unici responsabili nei confronti della stazione dell’appaltante per l’esecuzione delle prestazioni loro affidate;
  • l’oggetto del contratto, che non riguarda l’affidamento da parte dell’appaltatore a terzi di parte delle medesime prestazioni o lavorazioni oggetto del contratto di appalto, ma prestazioni che, pur comprese nel complessivo oggetto del contratto e pur necessarie per la corretta esecuzione della prestazione principale, appaiono rispetto a questa di carattere complementare ed aggiuntivo, avendo natura residuale ed accessoria.

Applicando le citate coordinate ermeneutiche alla fattispecie dei contratti continuativi di cooperazione, sembrerebbe, quindi, essersi chiusa qualsiasi possibilità di aggiramento dei limiti quantitativi al subappalto attraverso tale istituto

Sarà quindi determinante la scelta del Legislatore italiano in merito ai futuri ed eventuali limiti al subappalto.

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